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RIAA: meno soldi agli artisti e filtri anti-P2P negli antivirus

12/02/2008
- A cura di
Archivio - L'organizzazione più odiata si gioca definitivamente il boccino e spara a zero: la miseria che arriva agli artisti dalle vendite musicali va ridotta ulteriormente. E i filtri anti-P2P devono lavorare in locale, per rendere la cifratura del traffico di rete inefficace. Urge una risposta: qual è il numero per chiamare la neuro negli States?

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Il pezzo che stai leggendo è stato pubblicato oltre un anno fa. AvvisoLa trattazione seguente è piuttosto datata. Sebbene questo non implichi automaticamente che quanto descritto abbia perso di validità, non è da escludere che la situazione si sia evoluta nel frattempo. Raccomandiamo quantomeno di proseguire la lettura contestualizzando il tutto nel periodo in cui è stato proposto.

Oramai le immonde fesserie che RIAA & organizzazioni sodali sono in grado di vomitare in rete non fanno quasi più notizia: hanno denunciato decine di migliaia di utenti del file sharing e il P2P è cresciuto come e più di prima; si sono meritate il disprezzo generale con cause legali notorie come quella di Jammie Thomas e hanno in tutta risposta parlato di grande vittoria per il diritto e la legge; sono state sconfessate dalle stesse major che danno loro i fondi per esistere e far danni e continuano imperterrite a parlare di filtri, denunce e più in generale a tratteggiare ideologicamente i potenziali consumatori di contenuti musicali come criminali dichiarati e pericolosi per la società tutta.

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Gli artisti? Meglio tenerli a stecchetto. Ancora di più...

In questo pietoso e ignobile stato di cose non stupisce più di tanto venire a conoscenza delle nuove, "meravigliose" proposte fuoriuscite dal think-thank dell'organizzazione. La prima è ispirata direttamente dall'avidità, il vero punto cardine dell'azione di RIAA e delle major musicali: i mega-manager del disco vorrebbero decurtare ulteriormente i ricavi degli artisti, che poi sarebbero la fonte primaria del guadagno delle suddette etichette, portando l'attuale 13% a un misero 8% del totale.

Che i musicisti vedano ben poco dei milioni di dollari che la musica commerciale frutta alle loro etichette è un fatto assodato: già artisti notori del calibro dei Radiohead hanno messo in evidenza l'esistenza del modello "artista-limone", da spremere finché ce n'è e a totale guadagno dell'etichetta e dei sempre troppo ricchi e panciuti manager che ne detengono un immeritato e incapace controllo.

E che RIAA voglia ridurre ulteriormente la fettina di torta che arriva agli autori è la dimostrazione lampante, chiara e senza alcuna possibilità di dubbio del fatto che in realtà, al di là delle tirate ideologiche sulla necessità di difendere il diritto d'autore per salvaguardare artisti, autori e più in generale i creatori originari del "prodotto" musicale, l'unico vero interesse di RIAA e dell'industria che rappresenta è quello di difendere se stessa.

L'industria vuole trascinare all'infinito un modello di business morente e che merita soltanto di essere raso al suolo nella sua forma attuale, per ricominciare daccapo con strumenti di intermediazione più vicini ai reali interessi di musicisti e appassionati, finalmente rispondenti alle sfide della moderna società dell'informazione e dell'economia di rete.

Non che RIAA sia sola in questa sua passione per il modello "artista-limone": sulla barca è salito anche Steve "PR" Jobs, con Apple che vorrebbe ulteriormente ridurre - assieme agli altri player della distribuzione digitale - la quota delle royalty da pagare ai disgraziati musicisti a un poco più che simbolico 4%. Jobs in fondo fa soldi a palate distribuendo in quantità illimitate un prodotto che gli viene svenduto direttamente dalle etichette, quindi non stupisce sapere che l'unica cosa a cui sia interessato - a parte produrre costosi igingilli di itendenza come iPod, iPhone e iMac - sia fare ancora più soldi.

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RIAA vuole l'antivirus anti-P2P

Non bastasse questo a scatenare un fuoco di polemiche senza fine - e a incrementare ulteriormente il giusto disprezzo di cui RIAA si dimostra ogni giorno sempre più degna - il padrino dell'organizzazione pro-manager Cary Sherman dà l'ennesima prova della sua infinita saggezza suggerendo l'implementazione di filtri anti-P2P in locale. Sherman è pienamente consapevole del fatto che le pratiche di traffic shaping e di controllo delle comunicazioni di rete da parte degli ISP, propagandate come "inevitabili" dai grossi provider USA come AT&T, a lungo andare non funzioneranno e la cifratura dei dati diverrà parte integrante dei più diffusi client delle reti di file sharing.

Per ovviare al problema, il "genio" di Sherman s'è inventato appunto l'installazione di spyware anti-utente e pro-industria direttamente sulla macchina che condivide contenuti in rete. In tal modo, ad esempio, un film illegale distribuito su torrent verrebbe individuato molto facilmente una volta decodificato dal client P2P e salvato su disco.

Naturalmente Sherman - evidentemente uno di quei mega-manager troppo pagati per non si sa bene quale motivo preciso - sa bene che gli utenti non sono così "utonti" da installarsi uno spyware sulla macchina, ragion per cui sarebbe necessario - e qui indubbiamente si palesa tutto il suo genio - rendere la pillola indolore e inodore, infilando il software-spia all'interno di prodotti "obbligatori" come un software antivirus o il firmware dei modem forniti dagli ISP.

"Perché qualcuno dovrebbe infilare una cosa del genere sulla sua macchina? - dice il geniale manager sopra-pagato - È improbabile che qualcuno lo faccia di sua volontà, ma lo farebbero se il software fornisse dei benefici come ad esempio contro i virus e via di questo passo... potrebbe essere integrato nel modem o fornito dal provider". Incredulità per quanto appena letto? Bene, perché Public Knowledge ha messo a disposizione un video che dimostra quanto il chairman di RIAA sia serio riguardo un simile genere di misure anti-P2P.

Ma questa volta pare che Sherman abbia davvero esagerato: un portavoce dell'organizzazione si è affrettato nei giorni successivi il suo discorso a liquidare le trovate degli spyware anti-P2P come "riflessioni in risposta a una domanda che gli era stata posta. Non stava proponendo o suggerendo niente di specifico ma parlando in astratto su alcune idee generali".

Qualcosa di specifico, in realtà, l'infelice trovata la dimostra: come giustamente osserva ars technica, essa mette in evidenza il modo "istintivo" di approcciare certi problemi da parte di RIAA e delle organizzazioni similari come IFPI. La pronta e indignata reazione da parte di un'ampia platea è parimenti la dimostrazione del fatto che il tentativo di lottizzazione dell'industria non riesce ancora, nonostante tutto, a rendere totalmente schiavi i sistemi di diritto delle democrazie evolute. USA in primis, sperando che il tutto regga e non degeneri nelle direzioni totalitarie costantemente indicate dai cactus al potere del nuovo vapore digitale.

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