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L'effetto del P2P sulle vendite? Statisticamente irrilevante

23/02/2007
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Archivio - Lo sostiene uno studio in via di pubblicazione su un importante organo informativo economico degli States. Ennesima conferma del già visto/già sentito, ma l'industria ascolta la propria intellighenzia o fa melina?

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Il pezzo che stai leggendo è stato pubblicato oltre un anno fa. AvvisoLa trattazione seguente è piuttosto datata. Sebbene questo non implichi automaticamente che quanto descritto abbia perso di validità, non è da escludere che la situazione si sia evoluta nel frattempo. Raccomandiamo quantomeno di proseguire la lettura contestualizzando il tutto nel periodo in cui è stato proposto.

01_-_RIAA_real_nature.jpgIl P2P uccide le vendite musicali? Domanda banale, perché l'industria e le associazioni dei produttori come la vituperata RIAA piangono fluenti, costanti lacrime per i danni all'economia, al lavoro, agli artisti e a chissà cos'altro. E pur tuttavia, questa volta la fonte è talmente rinomata da fare più rumore del solito: lo studio verrà presto pubblicato sul Journal of Political Economy, fonte di informazione autorevole e che non può certo essere additata per complicità con i pirati del P2P.

La ricerca, opera di Felix Oberholzer-Gee e Koleman Strumpf, conferma ancora una volta quello che andiamo sostenendo da anni, e che importanti istituzioni internazionali hanno certificato già da tempo. E cioè che il file sharing, il download e la condivisione di brani musicali sui network più in voga del momento, non incide in maniera significativa sulle vendite di dischi.

Gli autori della ricerca hanno basato il proprio lavoro sulle analisi statistiche dei log di due server OpenNap, comparando i suddetti con 680 album campione venduti nello stesso periodo (ultimo quadrimestre 2002). Confrontando i due dati (concernenti le realtà statunitense e tedesca), gli esperti hanno scoperto che, "incredibilmente", i 2 milioni di canzoni scaricati dalla rete hanno influito sulle vendite di un magrissimo 0,7%, valore statisticamente privo di importanza.

Altra banalità corroborata dallo studio è che la musica più scaricata dai server corrispondeva a quella più venduta nel periodo preso in esame, rafforzando l'idea che la condivisione ha un valore sostanzialmente trascurabile sulle stime complessive. Eppure un calo nelle vendite effettive c'è stato: nel 2002, nei soli Stati Uniti gli album totali acquistati sono stati 803 milioni, 80 milioni in meno rispetto al 2001.

RIAA sostiene che siano stati tutti bruciati dal P2P, ma lo studio dimostra che le tecnologie di scambio possono tutt'al più aver influenzato le vendite per poco più di 5 milioni e mezzo di dischi. I restanti 74 milioni, spiegano gli autori dello studio, potrebbero benissimo essere stati sostituiti dai DVD-Video, le cui vendite sono aumentate nel periodo in cui quelle dei CD musicali sono scese.

Insomma, pare proprio che l'industria dello spettacolo venga sempre più smentita dai fatti: prima l'inizio della morte tecnologica e commerciale delle DRM, ora una pubblicazione per seriosi economisti mette i proverbiali bastoni fra le ruote alla sua santa crociata contro il P2P, le nonnine morte e le famiglie americane. Che sia forse giunta l'ora di farsi venire il dubbio di aver sbagliato tutto e che sia più conveniente battere altre strade? È questo, purtroppo, che chi scrive dubita fortemente.

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