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Radiohead: un download ci salverà

28/12/2007
- A cura di
Archivio - La band più chiacchierata degli ultimi tempi esce finalmente allo scoperto, e per bocca del frontman Thom Yorke rivela molti dei retroscena del recente esperimento digitale di In Rainbows. Intervistatore d'eccezione David Byrne, decano della new wave statunitense.

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È indubbio che In Rainbows dei Radiohead abbia contribuito a scompaginare i piani della già morente industria del disco internazionale: per la prima volta nella storia della discografia, una band con un pubblico consolidato e un notevole successo commerciale ha deciso questo ottobre di distribuire il suo ultimo lavoro in formato digitale sul web. Niente major, nessun intermediario, solo gli artisti e il loro pubblico, a dividerli la fragile barriera dei server deputati al download.

Molto si è speculato, nel corso di questi tre mesi, sulle implicazioni dell'esperimento dei Radiohead, sui suoi possibili risultati commerciali e sulle reazioni della ex-etichetta del gruppo EMI Group, la cui nuova dirigenza si è dimostrata poco incline a veder sparire il business del disco sotto gli stipendi multi-milionari di inutili inadeguati poco accorti manager in panciolle e la sostanziale incapacità di tenere il passo con l'evoluzione di quello stesso mercato musicale che l'etichetta ha contribuito a fondare.

Quella che è mancata in questo lasso di tempo è sempre stata l'opinione diretta della band sull'esperimento, le sue motivazioni, il successo o l'eventuale insuccesso a livello di ricavi che la scelta di lasciar decidere il prezzo del download agli utenti ha comportato.

Di questa "idea pazza" parla finalmente il frontman Thom Yorke, intervistato negli studi inglesi dei Radiohead da un altro grande protagonista della scena contemporanea, il fondatore dei Talking Heads David Byrne. Byrne, autore della canzone "Radio Head" da cui la band inglese ha preso il nome, ha discusso di In Rainbows e del futuro della musica con un battagliero Yorke, che è sempre più convinto di poter fare a meno delle grosse etichette e dell'importanza del suo impegno a favore dell'ambiente.

L'idea di distribuire l'album sul web è stata concepita come una vera e propria sfida allo status quo del mercato musicale, contro l'obbligo di dover fare una buona prima impressione sui recensori inviando copie di anteprima alle pubblicazioni specializzate, all'ossessione per le classifiche. E come antidoto ai famigerati "leak", la diffusione delle suddette anteprime sui circuiti pirata prima ancora che l'album veda i negozi o la catena di produzione dei CD-Audio.

"Il modo in cui lo abbiamo definito è'il nostro leak day' - dice Yorke - Ognuno degli ultimi quattro album, incluso il mio da solista, è stato distribuito ben prima del previsto. Così l'idea è stata tipo così, saremo noi stessi a fare il leak, allora". E se l'intento di trasformare il disco in un download è stata di tutta la band, il "merito" di aver coniato la formula "scegli il tuo prezzo" per l'acquisto va tutto al manager Chris Hufford.

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Tra i membri del gruppo c'erano parecchi dubbi a riguardo, ma Hufford ci ha creduto e ora Yorke sostiene che le persone lo "hanno preso per quello che era realmente", cioè la volontà di avere una conferma dai fan che la musica dei Radiohead ha un valore per chi la ascolta, tanto da spendere in media una somma ritenuta degna di nota per il download.

Somma che, per quanto piccola possa essere, è comunque tutto guadagno per il gruppo, non essendoci di mezzo i carrozzoni delle major a spremere il limone-artista fino a che non ne rimangono poche gocce: il musicista tiene ancora il riserbo sui dati oggettivi, ma le stime più basse dei ricavi parlano di 3 milioni di dollari, cifra che "in termini di guadagni in formato digitale", rivela Yorke, significa per i Radiohead "aver fatto più soldi con questo album che con tutti quelli precedenti messi assieme".

Il successo dell'iniziativa si misura tutto in questo: le "noccioline" delle vendite su iTunes che EMI era solita propinare alla band sono diventate un fiume di denaro finito dritto nelle tasche degli artisti, e il fatto che la band abbia infine deciso di pubblicare In Rainbows anche sui tradizionali CD non cancella questo semplice dato oggettivo.

Un successo, sottolinea Yorke, dipeso soprattutto dal nome che i Radiohead si sono costruiti nel tempo, una ricetta molto difficile da applicare alle band emergenti. Il vero problema in questo caso è che già oggi le band musicalmente più promettenti non hanno le dovute attenzioni da parte delle major, che letteralmente "non sanno cosa farci comunque" con i talenti. In tal senso, vendere sul web anche per loro non avrebbe comunque un grande svantaggio commerciale, suggerisce Yorke.

La chiacchierata tra i due protagonisti della musica moderna ha toccato anche altri temi, come l'importanza dei tour per i guadagni di un musicista - "il principale canale per fare i soldi" - le pulsioni ambientaliste di Yorke e la perdurante centralità della costruzione di un album propriamente detto, che nonostante tutto rimane il cardine attorno a cui far ruotare gli interessi sia commerciali che artistici di un gruppo per dare ancora un senso alla produzione di musica.

Ma la sensazione che rimane forte è quella del segnale che i Radiohead hanno voluto dare all'industria del disco, liberi dalle gabbie contrattuali di EMI Group e di qualsiasi altra major, di una possibile alternativa per promuovere la musica. E di riaffermare il proprio essere artisti e non marchi commerciali da attaccare alle t-shirt o sulle tazze da tè, l'unica cosa che ancora viene sicuramente bene alle etichette discografiche.

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