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Le teorie di RIAA sbugiardate in tribunale

07/03/2008
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Archivio - Debacle clamorosa per l'organizzazione plenipotenziaria delle major discografiche: un tribunale USA ha stabilito l'impossibilità di concedere la vittoria della causa a RIAA senza processo, sulla base dei soli file messi in condivisione sul P2P. Occorre provare che quei file siano stati distribuiti a terzi.

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Il pezzo che stai leggendo è stato pubblicato oltre un anno fa. AvvisoLa trattazione seguente è piuttosto datata. Sebbene questo non implichi automaticamente che quanto descritto abbia perso di validità, non è da escludere che la situazione si sia evoluta nel frattempo. Raccomandiamo quantomeno di proseguire la lettura contestualizzando il tutto nel periodo in cui è stato proposto.

Arriva dallo stato orientale del Connecticut quella che potrebbe rappresentare la sentenza più pericolosa per la strategia persecutoria a mezzo tribunali di RIAA: il Giudice Distrettuale Janet Bond Arterton ha respinto la richiesta dell'organizzazione di ottenere la vittoria secondo il "Default judgment", procedimento della giustizia USA che prevede la conclusione della causa senza che vi sia la necessità di farla approdare in tribunale.

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Ad essere messa sotto accusa è la teoria della "messa in condivisione" dei brani musicali protetti dal diritto d'autore sulle reti di file sharing, ovvero l'architrave di tutte le iniziative legali fin qui condotte dai legulei al guinzaglio delle Big Four del disco. Secondo il giudice Arterton, la richiesta di RIAA di concludere in fretta la causa è insufficiente perché "senza la distribuzione effettiva delle copie... non c'è violazione del copyright di diffusione". RIAA deve insomma dimostrare che quei file sono stati scaricati da terzi perché il giudice possa decidere in suo favore.

E così RIAA, dopo aver perso definitivamente la faccia e la ragione, rischia di perdere anche la possibilità di evitare, come è largamente successo nel corso di questi anni burrascosi per il P2P americano e per i suoi sfortunati utenti incappati nelle maglie della crociata anti-condivisione dell'industria, di doversi ogni volta presentare in tribunale per sottostare alle regole di un procedimento giudiziario con tutti i crismi del caso. È una prospettiva molto rischiosa, visto che non è certo garantita a priori una vittoria davanti a una giuria popolare, senza considerare il possibile contraccolpo d'immagine come quello subito dopo la vittoria di Pirro nel caso di Jammie Thomas.

RIAA non se la passa d'altronde granché bene e le ultime notizie parlano di un destino economico letteralmente appeso a un filo, filo che potrebbe essere definitivamente reciso proprio dalle major per nulla soddisfatte di come le due organizzazioni principali dell'industria, IFPI e appunto RIAA, spendano i loro lauti investimenti annuali.

La sentenza, emessa nell'ambito del caso Atlantic vs. Brennan, potrebbe inoltre rappresentare un pericoloso precedente per quei casi che, parimenti a quello in oggetto, mettono in discussione il principio secondo cui la semplice disponibilità dei brani sul P2P coincida con la loro effettiva distribuzione e quindi con l'infrazione del copyright. Si parla naturalmente di casi come quello celebre di Warner vs. Cassin, la cui discussione è stata rimandata al prossimo 9 maggio e che potrebbe essere influenzato proprio dalla sentenza che arriva dal Connecticut.

Per aggiungere il danno alla beffa, infine, il giudice Arterton ha stabilito che la parte accusata ha a sua disposizione altre possibilità di difesa contro le pretese di RIAA, inclusa la richiesta di dichiarare la somma indicata dai discografici come pagamento dei danni "incostituzionalente eccessiva", e l'abuso del diritto di copyright da parte dei suddetti discografici, impegnati in una pratica anticompetitiva per mantenere lo status quo di un'industria al capolinea.

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