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File sharing in parlamento, al via l'iter della proposta di legalizzazione

18/09/2007
- A cura di
Archivio - La rivoluzionaria legge promossa da un drappello di parlamentari progressisti inizia la sua avventura nelle stanze del potere romano: Licenza Volontaria Collettiva per tutti e cancellazione dell'infame reato di condivisione oggi sancito dalla legge Urbani. Nel mentre l'industria già comincia la tirata ideologica contro la proposta.

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Il pezzo che stai leggendo è stato pubblicato oltre un anno fa. AvvisoLa trattazione seguente è piuttosto datata. Sebbene questo non implichi automaticamente che quanto descritto abbia perso di validità, non è da escludere che la situazione si sia evoluta nel frattempo. Raccomandiamo quantomeno di proseguire la lettura contestualizzando il tutto nel periodo in cui è stato proposto.

Come anticipato ad agosto, l'inizio dei lavori Camera dei deputati il 10 settembre scorso ha messo in moto quella che può essere considerata un'iniziativa senza precedenti nel parlamento italiano per tentare di porre un freno all'attuale follia - chi scarica e chi uccide pari sono - della legge Urbani: il progetto di legge numero 2963, presentato da Marco Beltrandi e altri esponenti della Rosa nel Pugno per regolamentare la complessa questione del file sharing, è passato Commissione Cultura Camera.

Sarà dunque compito Commissione attualmente presieduta da Pietro Folena, che da tempo sostiene la necessità di riformare il copyright e il diritto alla condivisione senza scopo di lucro, discutere sull'iniziativa parlamentare che vuole ammodernare le norme italiane in relazione alla realtà Rete di tutti i giorni, e cioè che a scaricare sono in tanti, troppi perché la cosa possa passare ancora inosservata al legislatore.

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La proposta di legge, disponibile on-line nella sua interezza, espone con dovizia di particolari che cos'è il file sharing, chi lo usa e perché e le reazioni furenti dell'industria nei confronti del fenomeno più rivoluzionario Rete degli ultimi anni. Una esposizione che mira a presentare il P2P per quello che è realmente alle istituzioni italiane, tradizionalmente lente a recepire le innovazioni tecnologiche della società dell'informazione.

I parlamentari descrivono poi i danni presunti del download non autorizzato, le contraddizioni della ideologia legalista di RIAA e i vantaggi del P2P con la condivisione di contenuti e conoscenza che arriva a far conoscere le opere condivise laddove non sarebbero forse arrivate, con le possibili ricadute economiche del caso - chi ascolta musica scaricata può benissimo decidere di comprarla se essa è di suo gradimento.

Dopo ben 11 pagine di introduzione, il progetto entra nel merito della questione con la proposta di legge vera è propria. Sostanzialmente essa non fa altro che riaffermare la necessità di canali alternativi per la raccolta dei proventi, ipoteticamente persi a causa del P2P, a favore di autori ed editori: licenze volontarie collettive, da contrattare tra SIAE e altre organizzazioni dei produttori con le associazioni dei fruitori, cioè i consumatori, per garantire il diritto di download senza il pericolo di poter vedere un giorno bussare alla propria porta Capitan Otto e altri azzeccagarbugli di tale risma.

Con l'adozione di tali licenze, sostengono gli autori del disegno di legge, sarà possibile far convergere due esigenze ora contrapposte, ovvero la necessità di compensare chi crea e produce le opere d'ingegno "con il riconoscimento dei valori costituzionali da cui il diritto d'autore ripete i propri limiti come il proprio fondamento, quali i diritti e le libertà individuali delle persone in ordine all'accesso alla cultura, alla fruizione, alla produzione e alla circolazione della conoscenza".

La proposta rivoluzionaria è inoltre solo la punta di diamante di una serie di iniziative simili tese ad ammodernare lo stato italiano in relazione alla forza rivoluzionaria delle nuove tecnologie di condivisione, incluse il rafforzamento del diritto alla copia privata in formato digitale, il libero accesso alle immagini presenti in rete a scopi didattici indipendentemente dal copyright ed altro ancora: tutte iniziative che non fanno altro che convogliare il principio statunitense dell'equo utilizzo, o "fair use" che dir si voglia, nella legislazione nostrana.

Ammodernamenti auspicabili, considerando che secondo stime recenti stilate non da frikkettoni inneggianti al free software ma dalla seriosissima Computer and Communications Industry Association con membri del calibro di Google e Microsoft, il fair use produce per l'economia americana il 70% di valore economico in più rispetto all'industria del copyright, per un totale di 2,2 trilioni di dollari e 11 milioni di posti di lavoro.

La legge n.2963 "pro-p2p" non avrà ad ogni modo vita facile in parlamento, considerando l'ostracismo dei produttori italiani che hanno già fatto sentire la propria voce contraria all'iniziativa: Enzo Mazza, presidente FIMI, ha fatto sapere a grandi e piccini che "c'È un'area della sinistra radicale anti-imprenditoriale che vorrebbe legalizzare l'esproprio dei diritti", ma che le recenti posizioni prese dal governo italiano in merito al copyright, buon ultima la firma del memorandum WIPO contro la pirateria, sono incompatibili con questo genere di "iniziative estemporanee e frutto di pregiudizi ideologici verso imprese e settori che producono risorse e danno lavoro a migliaia di lavoratori".

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