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Italia, il file sharing è sotto assedio

25/06/2007
- A cura di
Archivio - Dopo l'esplosione dello "scandalo" Peppermint si viene ora a conoscenza di nuovi procedimenti in corso per "beccare" i condivisori. La questione diventa bollente su tutti i fronti: tribunali, società di raccolta indirizzi IP, associazioni dei consumatori e infine il Parlamento...

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Il pezzo che stai leggendo è stato pubblicato oltre un anno fa. AvvisoLa trattazione seguente è piuttosto datata. Sebbene questo non implichi automaticamente che quanto descritto abbia perso di validità, non è da escludere che la situazione si sia evoluta nel frattempo. Raccomandiamo quantomeno di proseguire la lettura contestualizzando il tutto nel periodo in cui è stato proposto.

Come avevamo già anticipato nella precedente puntata della "telenovela italiana sul P2P" in corso da alcune settimane, la pustola infetta del caso Peppermint sta per esplodere con tutta la sua mefitica virulenza: Logistep AG, la famigerata società svizzera responsabile della raccolta degli indirizzi IP dietro cui gli utenti scaricavano e - soprattutto - condividevano file sulle reti di scambio senza autorizzazione dei detentori del copyright, ha continuato la sua opera di scandaglio sui network più usati e ha raccolto materiale per ulteriori procedimenti legali.

01_-_You_can_fuck_yourself, _SIAE..... jpgÈ possibile dare un'occhiata all'apposito elenco disponibile sul sito di Logistep per rendersi conto di quello che sta per abbattersi sul file sharing del Vecchio Continente: 16 cause legali in Germania, una nel Regno Unito, una in Francia e infine 8 in Italia. Nel Bel Paese in particolare, oltre alle richieste di individuazione degli utenti a cui corrispondono gli indirizzi IP scovati dai tecnici elvetici per conto dell'etichetta discografica Peppermint, ci sono le ingiunzioni del Tribunale di Roma riguardanti i casi del publisher videoludico tedesco CDV Software.

Le conseguenze sono ad ogni modo analoghe: i provider di connettività dovranno fornire all'accusa le generalità degli utenti a cui corrispondono gli IP, nei confronti dei quali sarà poi obbligatorio, secondo i termini di legge, procedere alla denuncia penale per condivisione di contenuti illeciti. Per quanto il Garante Privacy si sia costituito parte civile per eventuali violazioni non autorizzate di dati riservati (in questo caso gli IP), pare che i grossi ISP del paese siano intenzionati a "vendere" le identità dei propri utenti piuttosto che difenderne il diritto alla riservatezza in rete.

In particolare, Wind si sarebbe accordata in via extragiudiziaria con Peppermint per fornire i nominativi. La decisione, come si può leggere sul blog dell'avvocato Guido Scorza che sta osservando da vicino l'evolversi della situazione, dimostra chiaramente quanto poco valgano per gli ISP gli utenti, che poi sarebbero quelli che pagano la bolletta dell'ADSL a fine mese, contro qualche grana legale che avvocati ben pagati saprebbero benissimo come gestire.

La volontà delatoria di Wind susciterebbe poi più di un interrogativo sulla gestione dei dati degli utenti da parte dell'ISP: "Prima di procedere alla comunicazione di tali dati Wind dovrà informarne i propri utenti e chiedere loro il consenso - scrive Scorza - In difetto, credo, che la questione non potrà che formare oggetto di attenzione da parte del Garante per la protezione dei dati personali".

Al garante continuano poi ad appellarsi le associazioni dei consumatori: Adiconsum, che per prima aveva lanciato l'allarme sui nuovi casi aperti al Tribunale di Roma, si è costituita in giudizio per tutelare i cittadini "intercettati", sollevando inoltre dubbi sulla legittimità costituzionale dell'attuale legge sul diritto d'autore. Si è attivata anche Altroconsumo, che ha offerto a chi ne facesse richiesta la possibilità di usufruire gratuitamente di assistenza legale davanti al Garante.

02_-_Copyright_is_bad.jpgMa la "bomba" più interessante e, in prospettiva, potenzialmente deflagrante di questi giorni è esplosa direttamente in Parlamento: un battagliero gruppuscolo di deputati Camera - inclusi il ben noto appassionato di P2P Roberto Maroni e il presidente della commissione cultura Pietro Folena - ha proposto e fatto approvare tre ordini del giorno in materia di copyright, con l'obiettivo dichiarato di abolire le "sanzioni penali per la condivisione della conoscenza, in particolare attraverso le reti di telecomunicazione, nonché la liberalizzazione della copia per uso personale di opere di ingegno", e di "procedere ad una effettiva liberalizzazione che consenta la riproduzione unicamente per uso personale e senza fini di lucro di brani musicali, libri di testo ed altre opere intellettuali similari".

Gli ordini rappresentano per il Governo un impegno formale a modificare adeguatamente la legislazione e la vituperata legge Urbani in particolare affinché la si smetta, finalmente, di chiamare ladri chi scarica un DivX di un film di 15 anni fa o un MP3 di uno sconosciuto autore prog rock dal P2P. È una presa di posizione importante che va, a mio modo di vedere, nel senso giusto, cioè quello del riequilibrio tra il diritto della società tutta ad una cultura libera e aperta e le sempre più arroganti, prepotenti e disgustose facinorose pretese da pugno di ferro dell'industria del copyright.

Industria che ovviamente non ha molto ben reagito alle mozioni dei parlamentari: della chiara intenzione di "far morire l'industria culturale italiana" parla Federico Motta, presidente dell'Associazione Italiana Editori, condotta tra l'altro "in totale spregio e violazione degli obblighi assunti dall'Italia in ambito internazionale attraverso il recepimento di direttive europee e trattati internazionali in materia di diritto d'autore".

Personalmente non sono molto convinto, pur con tutta la buona volontà in materia di liberalizzazioni fin qui espressa da questo Governo, che sia la volta buona per buttare a mare Urbani - che Grande Mietitrice lo abbia in gloria quanto prima - e figliastri. Mi rammarico solo del fatto che, al contrario di quanto accade negli Stati Uniti, non sia anche in Italia possibile venire a conoscenza di chi, in parlamento, ha preso soldi da chi: le classiche azioni di lobby e mazzette che sicuramente metteranno in atto i produttori, finiranno anche questa volta protette dagli ignoti legami malsani tra industria e politica, e l'Italia continuerà ad avere una delle leggi sul copyright più repressive e oscene di tutto il mondo civilizzato.

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