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P2P: colpevole la figlia di Patti Santangelo

30/01/2007
- A cura di
Archivio - Uno degli innumerevoli casi giudiziari di RIAA contro i downloader sembra concludersi nel modo più scontato: i discografici, non potendo spennare la madre, si rifanno sulla figlia. Finalmente giustizia è fatta...

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È stato un giudizio prevedibile quello della corte americana chiamata a considerare il caso della famiglia Santangelo: non potendo perseguire la madre per evidente incapacità di usare un computer, i legali di RIAA avevano ben pensato di rivolgere le proprie attenzioni ai figli, Bobby e Michelle, presunti colpevoli di download di brani musicali illegali col P2P. Ora siamo arrivati alla condanna.

01_-_P2P_in_court.jpgQualche giorno fa Slyck ha fatto sapere che il giudice ha sentenziato in favore di RIAA: il legale di Michelle pare non abbia risposto all'accusa dell'associazione, portando la corte alla decisione di condannare la ragazza a pagare 750 dollari per ognuna delle 41 canzoni piratate, per un totale di 30.750 dollari.

Bobby, minorenne, sembra che se la sia stranamente cavata: non di rado i discografici americani hanno dimostrato di non guardare in faccia all'età, al censo e nemmeno alla morte quando si tratta della paranoica difesa delle loro proprietà artistiche.

I legali delle parti in causa, per ora, non commentano la sentenza: Patti Santangelo ha sempre rifiutato la tesi della colpevolezza, mettendo bene in evidenza gli assurdi e le contraddizioni della strategia persecutoria di RIAA con una lettera aperta pubblicata di recente su P2P.net.

Considerando la battagliera madre di Michelle, ci sono dunque buone probabilità che la querelle legale sia lungi dall'essere terminata: rimanendo in attesa di ulteriori aggiornamenti sulla faccenda, non possiamo non sottolineare come il caso Santangelo, nella selva indistinta di decine di migliaia di casi di denunce dell'industria contro i downloader, regali un'occasione preziosa per umanizzare la questione, e rappresentare in concreto i reali interessi dell'industria. Che non sono affatto i consumatori legittimi, gli artisti o la difesa dei diritti del copyright.

Come sta ampiamente dimostrando in questi anni, e come il caso Santangelo evidenzia, l'unico reale interesse dell'industria è la difesa di un mercato musicale che si vorrebbe sempre uguale a se stesso, in un mondo in cui la tecnologia evolve a ritmi frenetici e i contenuti digitali viaggiano veloci in rete, facendosi ogni istante beffe di quei dinosauri che sono diventate le grandi major con i relativi rappresentanti.

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